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167. Advayatarakopanisat a cura del Gitananda Asram

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Yoga

il sentiero verso l’Assoluto non duale

Introduzione di:

1 Paramahamsa Svami Yogananda Giri
2
e del professore Stefano Piano

 

1 L’Advayatarakopanisat è un testo che tratta essenzialmente dell’antaranga-yoga o yoga interiore. È di grande interesse per i praticanti l’esposizione del taraka-yoga nelle sue due espressioni, il taraka e l’amanaska. Amanaska significa “non mente” e suggerisce il principio che sta dietro lo yoga: quello di fermare, bloccare. “Ferma il corpo, ferma il respiro, ferma la mente”, tale è l’insegnamento sottinteso. Amanaska rispecchia energicamente la via soteriologica indiana della radicale rinuncia, nivrtti, quando esorta all’abbandono di ogni cosa costruita dalla mente e alla pratica di amanaska. Il taraka è suddiviso ulteriormente in murti e amurti; questa terminologia trova una simile corrispondenza nelle definizioni di saguna- e nirguna-Brahman presenti nelle Upanisad.

Il darsana abbracciato da quest’upanisad è l’Advaita come esprime chiaramente la definizione del titolo, a-dvaya, “non duale”. Lo yoga a essa inerente, definito come taraka, mira al fine ultimo attraverso: l’elaborazione e il raffinamento della conoscenza discriminativa; la realizzazione di varie mete (laksya) con la pratica della meditazione sui diversi elementi relativi, su spazi mistici, osservando le loro luci e i loro colori (jyotir-mandala). S’incontra inoltre una succinta esposizione su kundalini-sakti e brahma-nadi. Di grande interesse è la descrizione del vyomapancakam; questa è una tecnica complessa che si sviluppa in varie successioni contemplative. Tale meditazione ha origine, secondo la tradizione, nella corrente saiva, del Sri Kasyapa Sampradaya. Vi sono scuole che hanno elaborato su questo tipo di meditazione, una serie arbitraria di tecniche che nulla hanno a che fare con l’originario dhyana. Ogni vyoman è strutturato in cinque dhyana per ogni “vuoto”, per un totale di venticinque kriya. Naturalmente troviamo in varie tradizioni procedure simili al vyomapancakam o limitatamente a tre akasa, anche se interpretate in senso più ampio e inclusivo.

Le tecniche relative al vyomapancakam, come tutte le tecniche dello yoga, in particolare quelle introspettive, devono essere apprese direttamente da un Guru capace ed esperto e praticate sotto il suo controllo. L’apprendimento improprio, il fai da te, è sempre pericoloso, e può portare a stati dissociativi, a patologie nervose o altro. I libri non possono mai sostituire un maestro vivente.

Nel mosaico di tecnologie proprio di quest’upanisad dello yoga, viene data la giusta importanza anche a sambhavi-mudra.

Infine, la glorificazione del Guru viene succintamente ma incisivamente annunciata. È mio augurio che queste brevi ma grandi Upanisad siano accolte favorevolmente da tutti coloro che sono interessati alla spiritualità indiana.

Il commento, con tutti i suoi inevitabili limiti, è una offerta umile e affettuosa nel fuoco della conoscenza. Come già affermato nella prefazione dell’Amrtanadopanisat, il commento a testi quali le Upanisad dello yoga, deve mantenere lo spirito di queste ultime, ed essere indicativo, mai eccessivamente esplicativo essendo questi testi indirizzati a coloro che stanno già percorrendo la via spirituale.

La mente sa, ma non sempre la parola rivela.

Paramahamsa Svami Yogananda Giri

 

2 La Advayatarakopanisat (La “seduta spirituale” che fa attraversare [la fiumana del samsara verso la Realtà] non duale), di cui si presenta qui il testo con traduzione italiana secondo l’edizione con traduzione inglese del Kuppuswami Sastri Research Institute di Chennai, è il primo testo, in ordine alfabetico, fra quelli che sono noti come “Upanisad dello yoga”: è un breve testo in prosa alternata a versi, che, secondo il commentatore Upanisad Brahma Yogin, appartiene allo Suklayajurveda o Yajurvedabianco” e illustra il metodo che consente di conseguire la “triade di obiettivi” (laksya-traya): meta interiore, meta esteriore e meta intermedia, cioè il triplice oggetto di meditazione (laksya) che consente di rendere riconoscibile (ancora: laksya), di verificare cioè l’avvenuta realizzazione del fine ultimo dello yoga (raja-yoga) e, quindi, di essere diventato un vero yogin. Questa esperienza ultima è qui (fine del par. 7) definita taraka:

tasmat taraka eva laksyam amanaskaphalapradam bhavati

“Perciò solo il taraka [yoga] è l’obiettivo che porta come frutto lo stato di assenza di attività mentale (amanaska)”.

Appare abbastanza chiaramente da questa Upanisad – appartenente a un insieme che costituisce, per così dire, la testimonianza più matura della vitalità delle tradizioni di yoga tantrico in un contesto vedantico – come l’espressione yogas cittavrttiniridhah con cui si aprono gli Yoga-sutra di Patanjali trovi un suo evidente parallelo nella concezione di amanaska, essendo entrambe finalizzate al conseguimento dell’esperienza liberante del samadhi.

Il testo segnala (strofa 8) che esistono due tipi di yoga: il primo chiamato taraka e il secondo detto amanaska. Il primo, in cui si realizza l’identità fra Brahmanda e pindanda, cioè fra macrocosmo e microcosmo, è a sua volta di due tipi: murtitaraka e amurtitaraka, cioè taraka “con forma e senza forma”, il primo dei due realizzato quando si sia ancora in presenza di attività sensoriale e il secondo nella sfera che trascende l’ajna-cakra e consente al praticante di sperimentare pienamente la perfetta e pura luminosità del solo Reale, essenziato di sat (essere), cit (coscienza) e ananda (beatitudine infinita). Fra le pratiche più avanzate di yoga tantrico, la Advayatarakopanisad riserva una speciale attenzione per la sambhavi-mudra, descritta anche in altri testi di yoga ben noti, a cominciare dalla Hathayogapradipika, e utilizzata per approdare al “quarto” (turya) stato di coscienza, che ha sede all’interno del capo (lo sirahpadma dello Yoga-yajnavalkya, qui denominato sodasanta); il testo si sofferma poi sulle caratteristiche del maestro (acarya), offrendo anche una paretimologia della parola Guru (strofa 16) e intessendone un intenso elogio (strofe 17-18), e non manca di concludersi con il consueto phala, cioè con l’enunciazione dei benefici e dei vantaggi che si possono trarre dal suo studio e dalla sua recitazione.

Nell’insieme, questo breve testo rappresenta una sintesi assai preziosa dello yoga vedantico e può costituire un vademecum insostituibile per tutti coloro che mirino al conseguimento del fine ultimo della propria limitata esistenza nel tempo e nello spazio – il quale consiste nel trascendere e il tempo e lo spazio in un’esperienza metafisica – e che in vario modo si collochino fra i molti adepti e appassionati cultori di yoga nel nostro Paese.

Stefano Piano 

tratto da “Yoga il sentiero verso l’Assoluto non duale” – Advayatarakopanisat –
Edizioni Laksmi – Collana Upanisad Dello Yoga –
a cura di Stefano Piano professore ordinario di Indologia nell’Università di Torino

 



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