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84. Le Origini Divine dell’Ayurveda

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I primi paragrafi della Caraka Samhita parlano delle origini dell’Ayurveda.

Si dice che un tempo un gruppo di uomini santi e sapienti, i Rsi, che vegliavano sul benessere dell’umanità, si incontrarono per dibattere “riguardo le malattie che consumavano gli uomini”.

La storia racconta così:

“ Quando ebbero origine le infermità, che si accompagnarono agli impedimenti dell’austerità, del digiuno, dello studio, della conoscenza e dei voti delle anime incarnate, allora i nobili saggi, artefici del benessere, compassionevoli anzitutto nei confronti degli esseri viventi, tennero consiglio sui sacri pendii dell’Himalaya.

Il nostro corpo quale strumento per conseguire i quattro obiettivi della vita, cioè il dharma (la virtù, legge), l’artha (i beni terreni), il kama (desiderio) e il moksa (liberazione), è soggetto alle malattie che lo rendono emaciato e causano grandissima pena. Queste infermità sono gravi impedimenti alle nostre attività terrene e conducono ad una morte prematura. Di fronte a simili avversari, come può l’uomo essere felice? È necessario quindi trovare rimedi per siffatti disagi “.

Dopo aver posto questo dilemma all’apparenza insolubile e sconfinato, i saggi iniziarono a meditare e compresero che la sola saggia autorità che avrebbe potuto dare loro una soluzione era il dio Indra, il signore degli déi vedici.

Il primo Rsi che parlò fu Bharadvaja, cui fu assegnato il compito di avvicinare il dio Indra.

“Bharadvaja, il potente asceta cercando la scienza della longevità, avendo fede in lui, incontrò Indra, il signore degli déi, meritevole di preghiera. Prajapati (il progenitore) fu il primo ad ottenere la Scienza della vita così come promulgata da Brahma (l’Uno, il Supremo, il Creatore), e da lui essa fu consegnata ai gemelli Asvin (déi gemelli medici). Dagli Asvin passò poi ad Indra. In seguito Bharadvaja fu invitato ad incontrare Indra “.

Allora Bharadvaja consegno la “sapienza della vita” a tutti i Rsi. Atreya Punarvasu la consolidò ed in seguito la trasmise ai suoi sei discepoli, uno dei quali era Agnivesa. La conoscenza di Agnivesa, alla fine, venne sintetizzata nella raccolta medica nota come Caraka Samhita.

A questa mitologia la tradizione di Susruta (più orientata verso la chirurgia) ne affianca un’altra. Il dio Indra, si dice, rivelò la scienza chirurgica a Divodasa sovrano di Kashi (antico nome dell’odierna città di Benares), quando questi viveva in eremitaggio. Divodasa è considerato come un’incarnazione del dio Dhanvantari, patrono dell’Ayurveda (nell’immagine). Siffatto lignaggio alla fine culminò nella tradizione classica di Susruta della chirurgia e della medicina ayurvedica.

Così come la scuola di Atreya e di Bharadvaja si specializzò nella medicina generica, quella di Dhanvantari si specializzò nella chirurgia.

Nell’India antica Dhanvantari era considerato il dio o il patrono della medicina classica, un rango che mantiene tuttora tra i medici ayurvedici contemporanei. La maggior parte delle pitture e delle sculture lo rappresenta con una coppa di amrta (il nettare della vita), i sacri testi, una sanguisuga, un coltello, le erbe medicinali. Questi oggetti, che simboleggiano l’intero campo della medicina e della chirurgia, servono da modello d’ispirazione che abbraccia il passato ed il presente.

“ Poiché nei tempi antichi l’Ayurveda

è stato concepito e insegnato

da alcuni saggi, certi studiosi

sostengono che l’Ayurveda ha un inizio.

In effetti non è così, non si conosce

un periodo in cui l’Ayurveda non fosse

esistente e dopo il quale venne

alla luce. Come il calore del fuoco

e la liquidità dell’acqua, l’Ayurveda

o scienza della vita è cosa innata

e per esistere non ha bisogno

di alcuno sforzo da parte degli umani “.

Caraka Samhita
Su. XXX, 27

Tratto dall’articolo (prima parte), di Antonio Morandi e Carmen Tosto,
Ayurveda, la storia dimenticata della più antica scienza della vita

del periodico mensile “L’altra medicina” (www.laltramedicina.it).

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