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104. L’Anima e la sua inalienabile Libertà di Sri Aurobindo

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Qual è il rapporto che hanno il Brahman attivo e l’anima umana con questo inattivo puro? Anch’essi sono Quello. L’azione non cambia la natura del , ma solo la natura delle diverse forme. Il Sé è sempre puro, estatico, perfetto, che rimanga inattivo o prenda parte all’azione.

Il Sé è tutte le cose e le supera. Sempre supera ciò in cui la mente si assorbe, ciò che, in un particolare spazio e tempo, assume come immagine di se stesso. L’illimitato nella sua interezza è sempre perfetto. La totalità delle cose è un’armonia completa senza macchia o difetto. È il punto di vista della parte che viene presa per il tutto, in altre parole il punto di vista dell’ignoranza, del riflesso mutilato, a creare la coscienza della limitazione, dell’incompletezza e della discordia. Vedremo che anche questa ignoranza serve il gioco del Brahman; ma in se stessa sembra, all’inizio, solo una fattrice di male. L’ignoranza è un velo che separa la mente, il corpo e la vita dalla loro sorgente e realtà, il sa-cit-ananda che usa  le forme della mente, del corpo e della vita per il proprio divenire. Tutte le esperienze di queste forme, quindi, vengono viste da esso in termini di sat-cit-ananda. Non è mai penetrato dal male. Anch’esso infatti è l’Uno e vede in ogni cosa l’unità. Non è dominato dall’ignoranza, ma la usa come un termine secondario nel proprio atto di concepire se stesso.

L’anima umana è una cosa sola con il Signore; è anche, nella sua completezza, il sat-cit-ananda che usa l’ignoranza come un termine minore del suo essere. Essa ha però proiettato le sue concezioni in questo termine secondario, ha stabilito nella limitatezza della mente il centro della sua visione e il suo punto di vista, prendendo sulle proprie spalle l’incompletezza e il senso di mancanza e discordia, desiderio e sofferenza che ne risulta. L’uomo reale, dietro, non è condizionato da tutta questa confusione; ma l’uomo apparente o esteriore ne risente. Per ristabilire la sua libertà egli deve ritrovare la propria interezza; deve identificarsi con il divino abitante interiore, il suo vero e completo sé. Può allora, in quanto Signore, condurre l’azione della prakrti senza subire la falsa impressione dell’identificazione con i risultati della sua azione. È su questa idea che l’Upanisad fonda la sua affermazione: “L’azione non resta attaccata all’uomo”.

A questo fine, l’anima umana deve ritrovare il Brahman interiore silenzioso. Il Signore è sempre in possesso della sua duplice condizione e conduce l’azione dell’universo, nel quale Egli si espande, senza essere attaccato alle proprie opere e senza esserne limitato. L’anima umana, impastoiata nella mente, è oscurata nella sua visione dall’impetuoso flusso delle opere della prakrti, tanto da immaginare di essere parte di quel flusso, trascinata da quella corrente, spazzata via da quelle onde. Deve fare un passo indietro, ritornare alla propria esistenza intrinseca e raggiungere il purusa silenzioso, senza cessare di prender parte al suo divenire nel movimento della prakrti. Diviene allora non solo il purusa silenzioso, testimone che tutto sostiene, ma anche il Signore che liberamente gode della prakrti e delle sue opere. Una assoluta calma e passività, purezza ed eguaglianza interiore, una sovrana e inesauribile attività esterna sono la natura del Brahman come lo vediamo manifestarsi nell’universo.

Non resta quindi più alcuna obiezione alle opere. Al contrario, le opere sono giustificate dalla partecipazione o auto identificazione dell’anima con il Signore nel suo doppio aspetto di passività e attività. Tranquillità per l’anima, attività per l’energia: questo è l’equilibrio del ritmo divino nell’uomo.

tratto dalla versione definitiva del commento alla “Isa Upanisad” di Sri Aurobindo
“Isa Upanisad” – Sri Aurobindo – Ed. Astrolabio

 

La “Isa Upanisad” (considerata, in India, una delle Upanisad più spirituali e profonde) fa parte dello “Sukla Yajuveda” (“conoscenze delle formule sacrificali”) che è uno dei quattro principali “Veda”.

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