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163. L’Insegnamento Iniziatico di René Guénon

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Sembra che, in un senso abbastanza generale, non ci si renda conto esattamente di ciò che è, o di ciò che dovrebbe essere, l’insegnamento iniziatico, di ciò che lo caratterizza essenzialmente, differenziandolo profondamente dall’insegnamento profano. Molti, in simile materia, prendono le cose in un modo troppo superficiale, si fermano alle apparenze ed alle forme esteriori, e così non vedono, come particolarità degna nota, nulla più dell’uso del simbolismo, di cui non comprendono affatto la ragione d’essere, si può anche dire la necessità, e che, in queste condizioni, non possono sicuramente trovare che strano e per lo meno inutile.

A parte ciò, essi suppongono che la dottrina iniziatica, in fondo, non è quasi che una filosofia come le altre, un po’ differente forse per il suo metodo, ma in ogni caso niente di più, perché la loro mentalità è così fatta che sono incapaci di concepire altra cosa.

E quelli che acconsentiranno lo stesso a riconoscere all’insegnamento di una tale dottrina qualche valore da uno o da un altro punto di vista, e per motivi qualunque, che non hanno abitualmente nulla di iniziatico, non potranno arrivare anche essi che a farne tutt’al più una specie di prolungamento dell’insegnamento profano, di complemento dell’educazione ordinaria, ad uso di un’”elite” relativa. Ora, è forse ancor meglio negare intieramente il suo valore, il che equivale in fondo ad ignorarlo puramente e semplicemente, che trascinarlo così in basso e presentare, troppo spesso, in suo nome ed al suo posto, l’espressione di vedute particolari, più o meno coordinate, su ogni sorta di cose che, in realtà, non sono iniziatiche né in stesse, né per il modo con cui vengono trattate.

E, se questa maniera per lo meno difettosa di concepire l’insegnamento iniziatico non è dovuta, dopo tutto, che all’incomprensione della sua vera natura, ve ne è un’altra che lo è presso a poco altrettanto, benché in apparenza affatto contraria a quella. E’ quella che consiste nel volere ad ogni costo opporlo all’insegnamento profano, pur attribuendogli d’altra parte per oggetto una certa scienza speciale, più o meno vagamente definita, messa ogni momento in contraddizione ed in conflitto colle altre scienze, e sempre proclamata superiore ad esse senza che se ne sappia troppo il perché, quando essa non è né meno sistematica nella sua esposizione, né meno dommatica nelle sue conclusioni. I partigiani di un insegnamento di questo genere, sedicente iniziatico, afferman bene, è vero, che esso è di tutt’altra natura dell’insegnamento ordinario, sia scientifico, filosofico o religioso; ma non danno di questo alcuna prova e, disgraziatamente, non si fermano lì in fatto di affermazioni gratuite o ipotetiche. Ma vi è più; raggruppandosi in scuole multiple e sotto denominazioni diverse, essi si contraddicono tra di loro non meno di quanto essi non contraddicano, spesso per partito preso, rappresentanti dei diversi rami dell’insegnamento profano, il che non impedisce a ciascuno di loro di pretendere ad essere creduto sulla parola e considerato come più o meno infallibile.

Ma, se l’insegnamento iniziatico non è il prolungamento dell’insegnamento profano, come lo vorrebbero gli uni, né la sua antitesi, come sostengono gli altri, se non è né un sistema filosofico, né una scienza specializzata, si può chiedere che cosa è; perché non basta avere detto che cosa non è, bisogna anche, se non darne una definizione propriamente detta, il che è forse impossibile, almeno tentare di fare comprendere in che cosa consiste la sua natura. E far comprendere la sua natura, almeno nella proporzione in cui ciò può essere fatto, è spiegare ad un tempo, e proprio per tale mezzo, perché non è possibile definirlo senza deformarlo, ed inoltre perché ci si è ingannati così generalmente, ed in qualche modo necessariamente, sul suo vero carattere. L’impiego costante del simbolismo nella trasmissione di questo insegnamento, di cui forma come la base, potrebbe peraltro bastare a fare già intravederlo, per chiunque rifletta un poco, quando si ammetta, come è semplicemente logico di fare senza neppure spingersi fino al fondo delle cose, che un modo di espressione al tutto diverso dal linguaggio ordinario deve essere stato creato per esprimere, almeno alla sua origine, ed in quanto di origine si può parlare, delle idee parimenti diverse da quelle che esprime quest’ultimo, e delle concezioni che non si lasciano tradurre integralmente per mezzo di parole, per le quali occorre un linguaggio meno limitato, più universale, perché esse stesse appartengono ad un ordine più universale.

Ma se le concezioni iniziatiche sono cosa diversa dalle concezioni profane, si è che esse procedono innanzi tutto da un’altra mentalità che quella da cui queste procedono, dalle quali esse differiscono meno ancora per il loro obbietto che per il punto di vista sotto il quale esse guardano questo obbietto. Ora, se tale è la distinzione essenziale che esiste tra questi due ordini di concezioni, è facile ammettere che, da una parte, tutto quel che può essere considerato da un punto di vista profano può esserlo anche, ma allora in tutt’altro modo e con tutt’altra comprensione, dal punto di vista iniziatico, mentre che, d’altra parte, vi sono delle cose che sfuggono completamente al dominio profano e che son proprie del dominio iniziatico, poiché questo non è sottoposto alle medesime limitazioni di quello.

Che il simbolismo, che è come la forma sensibile di ogni insegnamento iniziatico, sia di fatti, in realtà, un linguaggio più universale dei linguaggi volgari, non è permesso di dubitarne un solo istante, quando solamente si consideri che ogni simbolo è suscettibile di interpretazioni multiple, per niente in contraddizione fra loro, ma al contrario completantesi reciprocamente, e tutte egualmente vere benché procedenti da punti di vista differenti; e, se la cosa sta così, dipende dall’essere il simbolo la rappresentazione sintetica e schematica di tutto un insieme di idee e di concezioni che ciascuno potrà affermare secondo le proprie attitudini mentali e nella misura in cui egli è preparato alla loro intelligenza. E così il simbolo, per chi perverrà a penetrarne la significazione profonda, potrà far concepire ben più di tutto quel che è possibile esprimere per mezzo delle parole; e questo mostra la necessità del simbolismo: ciò sta nell’essere il solo mezzo di trasmettere tutto quell’inesprimibile che costituisce il dominio proprio dell’iniziazione o piuttosto deporre in germe le concezioni di questo ordine nell’intelletto dell’iniziato, che dovrà in seguito farle passare dalla potenza all’atto, svilupparle ed elaborarle col suo lavoro personale, perché non si può fare nulla di più che prepararvelo tracciandogli, con delle formule appropriate, il piano che egli dovrà poi realizzare in sé stesso per pervenire al possesso effettivo dell’iniziazione che egli ha ricevuto dall’esterno solo simbolicamente.

Ma se l’iniziazione simbolica, che non è che la base od il sostegno dell’iniziazione vera ed effettiva, è la sola che possa essere data esteriormente, essa può per lo meno venir conservata e trasmessa anche da quelli che non ne comprendono né il senso né la portata. Basta che i simboli siano mantenuti intatti perché siano sempre suscettibili di risvegliare, in chi ne è capace, tutte le concezioni di cui raffigurano la sintesi. Ed è in questo che risiede il vero segreto iniziatico, che è di sua natura inviolabile e si difende per se stesso dalla curiosità dei profani, e di cui non è che una figurazione simbolica il segreto relativo di certi segni esteriori. Non vi è altro mistero che l’inesprimibile, che è evidentemente incomunicabile proprio per questo; ciascuno potrà più o meno penetrarlo secondo l’estensione del suo orizzonte intellettuale; ma quando pure lo abbia penetrato integralmente, non potrà comunicare ad altri che quello che ne avrà compreso egli stesso; tutt’al più potrà aiutare a pervenire a questa comprensione quelli soltanto che vi sono attualmente atti.

Così, il segreto iniziatico è qualche cosa che risiede ben al di là di tutti i rituali e di tutte le forme sensibili in uso per la trasmissione dell’iniziazione esteriore e simbolica, il che non impedisce che queste forme abbiano nonostante, soprattutto nei primi studi di preparazione iniziatica, la loro funzione necessaria ed il loro proprio valore, proveniente dal fatto che esse non fanno in somma che tradurre i simboli fondamentali in gesti, prendendo questa parola nel suo senso più esteso, e che, in questo modo, esse fanno in un certo senso vivere all’iniziato l’insegnamento che gli si presenta, ciò che è la maniera più adeguata e più generalmente applicabile di preparargliene l’assimilazione, poiché tutte le manifestazioni dell’individualità umana si traducono, nelle sue condizioni attuali di esistenza, in modi diversi dall’attività vitale. Ma si avrebbe torto di andare più lontano e di pretendere di far della vita, come molti vorrebbero, una specie di principio assoluto; l’espressione d’un idea in modo vitale non è dopo tutto che un simbolo come gli altri, così bene come lo è per esempio la sua traduzione in modo spaziale, che costituisce un simbolo geometrico od un ideogramma. E se ogni processo di iniziazione presenta nelle sue differenti fasi una corrispondenza, sia con la vita umana individuale, sia anche con l’insieme della vita terrestre, si è che la stessa evoluzione vitale, particolare o generale, può essere considerata come lo sviluppo di un piano analogo a quello che l’iniziato deve realizzare per realizzare sé stesso nella completa espansione di tutte le potenze del suo essere. Sono sempre e dovunque dei piani corrispondenti ad una medesima concezione sintetica, di maniera che essi sono identici in principio, e, benché tutti diversi ed indefinitamente variati nella loro realizzazione, procedono da un Archetipo ideale unico, piano universale tracciato da una Forza e Volontà cosmica che, senza d’altra parte pregiudicare in nulla sopra la sua natura, possiamo chiamare il Grande Architetto dell’Universo.

Ogni essere dunque, individuale o collettivo, tende, consciamente o no, a realizzare in sé stesso, con i mezzi appropriati alla sua particolare natura, il piano del Grande Architetto dell’Universo, ed a concorrere così secondo la funzione che gli appartiene nell’insieme cosmico, alla realizzazione totale di questo stesso piano, la quale insomma non è che l’universalizzazione della sua propria personale realizzazione. L’iniziazione vera comincia per un essere al punto preciso della sua evoluzione in cui esso prende effettivamente coscienza di questa finalità; e, quando esso ha preso coscienza di se stesso, l’iniziazione deve condurlo, secondo la sua via personale, a questa realizzazione integrale che si compie, non nello sviluppo isolato di certe facoltà speciali e più o meno straordinarie, ma nello sviluppo completo, armonico e gerarchico, di tutte le possibilità implicate virtualmente nell’essenza di quest’essere. E, poiché la fine è necessariamente la medesima per tutto ciò che ha medesimo principio, è nei mezzi impiegati per pervenirvi che risiede esclusivamente quel che fa il valore proprio d’un essere qualunque, considerato nei limiti della funzione speciale che è determinata per lui dalla sua natura individuale, o da certi elementi di essa; questo valore dell’essere è d’altra parte relativo e non esiste che in rapporto alla sua funzione, perché non vi è da stabilire alcun paragone di inferiorità o di superiorità tra funzioni differenti, che corrispondono ad altrettanti ordini particolari egualmente differenti benché tutti egualmente compresi nell’Ordine universale, di cui sono, tutti al medesimo titolo, degli elementi necessari.

Così, l’istruzione iniziatica, considerata nella sua universalità, deve comprendere, come altrettante applicazioni, in varietà indefinita, di uno stesso principio trascendente ed astratto, tutte le vie di realizzazione particolari, non soltanto ad ogni categoria di esseri, ma anche ad ogni essere individuale; e, così comprendendole tutte, essa le totalizza e le sintetizza nell’unità assoluta della Via universale. Se, dunque, i principi dell’iniziazione sono immutabili, la loro rappresentazione simbolica non pertanto può e deve variare in modo da adattarsi alle condizioni di cui la diversità fa si che non vi possono essere matematicamente due cose identiche in tutto l’universo, perché fossero veramente identiche in tutto, o, in altri termini, se fossero in perfetta coincidenza in tutta l’estensione della loro comprensione, non sarebbero evidentemente due cose distinte, ma sibbene una sola e medesima cosa.

Si può dunque dire, in particolare, che è impossibile vi siano, per due individui diversi, due iniziazioni assolutamente simili, anche dal punto di vista esteriore e rituale, ed a fortiori dal punto di vista del lavoro interiore dell’iniziato. L’unità e l’immutabilità del principio non esigono affatto l’unità e l’immobilità, d’altra parte irrealizzabili, delle forme esteriori, e questo consente, nell’applicazione pratica che deve esserne fatta all’espressione ed alla trasmissione dell’insegnamento iniziatico, di conciliare le due nozioni, così spesso ed a torto messe tra loro in opposizione, della tradizione e del progresso, ma non riconoscendo comunque a quest’ultimo che un carattere puramente relativo. Solo la traduzione esteriore dell’istruzione iniziatica e la sua assimilazione da parte di questa e di quella individualità sono suscettibili di modificazioni, e non questa istruzione considerata in se stessa; di fatti, nella misura in cui tale traduzione è possibile, essa deve forzatamente tener conto della relatività, mentre ciò che essa esprime ne è indipendente nell’universalità ideale della sua essenza, e non si può evidentemente far questione di progresso da un punto di vista che comprende tutte le possibilità nella simultaneità di una sintesi unica.

L’insegnamento iniziatico, esteriore e trasmissibile nelle forme, non è in realtà e non può essere che una preparazione dell’individuo a ricevere la vera istruzione iniziatica per effetto del suo lavoro personale. Si può così indicargli la via da seguire, il piano da tradurre in realtà, e disporlo ad acquistare l’attitudine mentale ed intellettuale necessaria alla intelligenza delle concezioni iniziatiche; si può anche assisterlo e guidarlo controllandone il lavoro in una maniera costante, ma è tutto, perché nessun altro, fosse pure un Maestro nella più completa accezione della parola, non può fare questo lavoro per lui. Quel che l’iniziato deve forzatamente acquistare da per se stesso, perché nessuno né alcuna cosa a lui esteriore può comunicarglielo, è precisamente quel che sfugge per la sua stessa natura ad ogni curiosità profana, vale a dire il possesso effettivo del secreto iniziatico propriamente detto. Ma, perché egli possa arrivare a realizzare questo possesso in tutta la sua estensione e con tutto quel che essa implica, è necessario che l’insegnamento che serve in qualche modo di base e di sostegno al suo lavoro personale si apra su delle possibilità illimitate, e gli permetta così di estendere indefinitamente le sue concezioni, invece di rinchiuderle nei limiti più o meno ristretti di una teoria sistematica o di una formula dogmatica qualunque.

Ora, stabilito questo, fin dove può andare questo insegnamento quando si estende al di là delle prime fasi di preparazione iniziatica con le forme esteriori che vi sono più specialmente collegate? In quali condizioni può esistere tale quale deve essere per compiere la funzione che gli è dovuta ed aiutare effettivamente nel loro lavoro quelli che vi partecipano, purché solamente essi siano capaci di raccogliere da per loro stessi i frutti? Come sono realizzate queste condizioni dalle diverse organizzazioni rivestite di carattere iniziatico? Infine, a che cosa corrispondono in una maniera precisa,  nell’iniziazione reale, le gerarchie che tali organizzazioni comportano? Sono altrettante questioni che non è possibile trattare in poche parole, e che al contrario meriterebbero tutte di essere ampiamente sviluppate, senza d’altra parte che sia mai possibile, facendolo, di fornire altra cosa che un tema da riflettervi e da meditare, e senza avere la vana pretesa di dare fondo ad un argomento che si estende e che si approfondisce di più in più a misura che si procede nel suo studio, precisamente perché, a chi lo studia con le disposizioni di spirito richieste, esso apre degli orizzonti concettuali realmente illimitati.

tratto da “Il Risveglio della Tradizione Occidentale” di René Guénon – Edizioni Atanòr –
a cura di Mariano Bizzarri

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