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614. La Mithyajnana, la falsa conoscenza, che inganna

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Gli enti planetari, quando non risvegliati e auto-realizzati spiritualmente, sono soggetti a mithyatva, la natura di falsità-illusoria.
Lo stesso universo apparente è mithyaloka, illusorio, relativo, instabile, non certo: rende difficile la condizione umana e non facilita il risveglio spirituale, né la Realizzazione né la Liberazione (moksa). Un ente planetario, anche se percorre un sentiero spirituale, una sadhana, non significa che sia esente dalle illusioni del mondo del divenire: solo ad uno stato avanzato della sadhana si può essere protetti dalle illusioni e dalle eventuali insidie spirituali da parte di manipolatori furbastri o da parte di persuasori occulti al servizio della contro-iniziazione. A proteggere il sadhaka dalle insidie è solo la lunga pratica di vicara, discriminazione-discernimento indicata dalla Vidya e da tutti i veri Maestri del sentiero realizzativo: tale pratica deve stare al centro di una vera sadhana, dai suoi primi passi fino all’ultimo momento prima di essere un vimukta, un Realizzato.
Molti si offendono se si consiglia loro di praticare vicara rispondendo che non fanno altro da anni, come se la necessità di tale pratica fosse ormai superata da un pezzo: non lo è mai, fino in fondo all’ultimo tratto di sadhana. Pensare di essere esperti di vicara rivela una mentalità materialista, empirica, profana, distante dal portale della metafisica così fondamentale da varcare, rivela di essere protesi verso una conoscenza sensoriale, di essere, quindi, in errore (MITHYA), dal punto di vista di un vero sentiero realizzativo, di una filosofia dell’essere, di una autentica metafisica.

A rivelare le carenze, che ostacolano la sadhana, sono gli stessi comportamenti riscontrabili quotidianamente in molti di questi ricercatori, aspiranti, devoti, “sadhaka”: ogni giorno mostrano, a chi sa guardare, di essere rimasti, anche dopo molti anni, nell’attitudine del semplice “cercatore” (che amano chiamare del libero pensare, del libero cercatore). Il “cercare” presuppone che si voglia trovare “qualcosa” che prima o poi si dovrebbe trovare (il Maestro, l’Insegnamento, la stabilità della propria sadhana, la presa di coscienza della Verità cercata, anche se in modo graduale). Ma perché, allora, dopo aver trovato il Maestro cercato, aver ricevuto l’Insegnamento cercato, aver ricevuto la Via e la direzione cercati si resta negli stessi modelli mentali dell’“incompleto”, del sadhaka che ancora non ha trovato, continuando ad andare in giro da un maestro all’altro, da un canalizzatore all’altro, da un facitore di fenomeni all’altro e straparlando di verità non ancora realizzate, percorrendo irrequieti le strade di internet, dei blog, di facebook, di skype, delle e-mail, dei twitt, delle chiacchiere dotte al telefonino, delle tante vrtti in pensieri, parole e azioni (con il substrato dell’inquietudine del profano): il Silenzio-Maestro assente.
Il vero sentiero realizzativo è teoria e prassi, Verità e disciplina e soprattutto Silenzio.

La vera Conoscenza è dell’intelligibile non del sensibile; le cose sensibili sono l’effimero, ma l’Anima è sovrasensibile e partecipa solo alla realtà di dentro non a quella di fuori.
Chi cerca la Verità con la mente (empirica) non la troverà mai perché è l’Anima che la possiede.

È facile riscontrare come molti sadhaka, apprezzabili nei loro tentativi di essere dei buoni sadhaka, non conoscano affatto il funzionamento della mente (antahkarana), né teoricamente né praticamente.

La funzione della mente è quella di muoversi proiettando e trascinando la coscienza a identificarsi con le sue proiezioni. Il sadhaka deve conquistare, gradualmente, il controllo del movimento pensativo e quindi operare il distacco dalle proiezioni o immagini pensate.
Il controllo del movimento psichico e il conseguente distacco dai prodotti pensati sono lo scopo preliminare di un sentiero realizzativo, di una vera sadhana.
Un vero sadhaka deve sempre restare concentrato, senza tensioni, sull’Io immobile, sul , l’Atman, il Supremo Brahman. Non deve permettere che la mente venga disturbata e che delle vrtti non volute creino ostacoli lungo la sadhana.
Un sadhaka, anche se avanzato, deve vigilare sui desideri che suscitano o incrementano l’ambizione: essa è un grande ostacolo sulla via spirituale; un elemento fondamentale, invece, per il successo nel mondo del divenire, nella vita profana, sistema di vita che non dovrebbe più interessare un sadhaka. Il sadhaka deve essere indifferente ai richiami dell’ambizione, palesi o nascosti. Se il sadhaka scopre in sé stesso alcune espressioni che riportano ad una occultata ambizione, ne deve ricercare subito le cause.

Qualche piccola esperienza spirituale, che al sadhaka sembrerà grande ed eccezionale, potrebbe richiamare, senza vigilanza, un vero e proprio orgoglio (nello spirituale è peggio che nella vita profana). L’orgoglio alimentato porta allo sdegno verso gli altri che comincerà a percepire inferiori: un grande errore. L’orgoglio fa sentire, erroneamente, più puri degli altri, più evoluti degli altri, più vicini al Maestro degli altri condiscepoli, ecc.
Gli aspiranti o i sadhaka che si vantano, sotto forme appropriate di modestia, di umiltà, del proprio valore morale e spirituale, magari raccontando episodi che lo attestino, innalzano innanzi a sé montagne di ostacoli alla realizzazione aspirata.
L’orgoglio va individuato, riconosciuto ed estirpato completamente.

Per il sadhaka è nefasta l’ipocrisia: essa si manifesta in tutti coloro che non sono avanzati sulla sadhana perché hanno trascurato il completamento della purificazione della natura inferiore. Scatta in loro la pretesa di essere “ciò che in realtà ancora non sono”. Si atteggiano a grandi evoluti, a discepoli avanzati speciali, a grandi adepti, a iniziati (senza conoscerne il senso ed il significato), a maestri o a quello che la mente impura gli fa proiettare. Sivananda sosteneva che l’ipocrisia manifestata dal sadhaka è una truffa perché provoca del male, della sofferenza, sia direttamente sia indirettamente.
Un sadhaka ipocrita è lontanissimo da Dio, ma nel momento in cui sinceramente si ravvede brucia in un attimo le distanze (coscienziali).
Il sadhaka che si maschera da persona umile e modesta ma al momento opportuno fa uso della propria ricchezza economica, dell’influenza esercitata sulle persone (i condiscepoli sapendolo ricco e influente) rischia di diventare un agente del male in balia degli asura (sotto loro influenza) e “caderespiritualmente, ma con l’aggravio di far “cadere” molte persone, con un serio appesantimento karmico. Chi lo circonda e lo serve sceglie il suo stesso destino infero.
Un sadhaka così fa schiavi, in senso spirituale, chi lo segue nei suoi progetti, ma schiavizza soprattutto sé stesso.
Quanti lo seguono in ciò che afferma e sostiene (le sue proiezioni mentali spacciate per verità) vengono mentalmente narcotizzati dalle energie emesse (che attecchiscono nelle menti non protette dall’uso della discriminazione-discernimento): gli intrappolati nella sua rete mentale cedono al mondo di maya da cui dovrebbe invece liberarsi un vero sadhaka.

La maggior parte degli aspiranti e dei sadhaka cede alla “falsa conoscenza”, alla “mithyajnana”, pur avendo imboccato, agli inizi, una giusta via. Il mancato completamento della purificazione della natura inferiore compromette, per forza di cose, ad un certo punto la sadhana intrapresa, lasciata sovrapporre dalla “falsa conoscenza” che permea la mente del non-reale: comincia a prevalere in essi la percezione illusoria, cioè “mithyadrsti”, l’opinione errata, la veduta ingannevole.

Tra questi, molti, sono frequentatori di asram attendibili; ma, a creare i propri inciampi sul sentiero realizzativo, non dipende dalla “guida” ma dalla loro mancanza di autentica vocazione alla Verità da realizzare: l’ambizione, l’orgoglio, l’ipocrisia, l’egoismo, l’invidia, la gelosia, non fanno un sadhaka, ma un perfetto uomo profano.
Alcuni asram, anche se pochi, pur essendo una garanzia riguardo all’Insegnamento della Tradizione Primordiale, non possono svolgere il lavoro di trasformazione autentica al posto del sadhaka instabile, debole di volontà, ancora soggetto alle illusioni perché non pratica le procedure per la purificazione della natura inferiore.
Un asram ben diretto con la presenza del Maestro (la Testa-cuore spirituale dell’asram) è difficile che rimanga tale dopo la sua morte. Ogni asram purtroppo presenta sempre anche dei discepoli dal cuore meschino che litigano, che pretendono autorità presunte volute dal Maestro: l’asram si trasforma in un nascosto campo di battaglia dove l”Insegnamento” (la Vidya) viene dimenticato e si orchestrano strategie con le quali avere la meglio, come nel mondo profano. Si fa a gara a chi organizza il richiamo per i migliori donatori, finanziatori, a chi inventa attrattive (piani di Brand Strategy insieme ad operazioni di People Strategy) per nuovi devoti-clienti da attrarre, convincere e mettere al seguito. In alcuni cresce la voglia di voler “guidare” l’asram materiale anche dal punto di vista spirituale: l’ahamkara (l’io-mio) è sempre in agguato, nel sadhaka senza realizzazione.
Tali eventi dimostrano come la “falsa conoscenza” (“mithyajnana”) si possa sovrapporre alla “vera Conoscenza” (“Vidya”) in mancanza di votati sadhaka-praticanti, della giusta vigilanza e dei “qualificati” Custodi dell’Insegnamento del Maestro. Lo smarrimento dei discepoli, che si trasforma in confusione, favorisce i manipolatori e i persuasori occulti a sovrapporre la brama degli imbroglioni dell’Assoluto a quanto creato dal Maestro.
Sivananda sosteneva che il potere, il nome, la reputazione e la ricchezza irrigidiscono l’ego e, il più delle volte, rovinano la sadhana. Al sadhaka serve il controllo della mente, il distacco, l’imperturbabilità e la pace per essere pronto per l’Assoluto.

Una “società umana dell’Essere” non si è mai realizzata perché sono sempre stati di più gli intellettuali (non quelli con la “buddhi” risvegliata) e i sentimentali (quelli, cioè, che hanno una idea romanzata del sentiero realizzativo, e nemmeno il cakra del cuore risvegliato completamente) che i filosofi realizzati. Si scrive e si parla di realizzazione, ci si erudisce sui testi (tradizionali o meno), si inventano corsi intensivi residenziali dalle promesse inaudite, ma non si attua veramente. Si può addirittura affermare che la maggior parte si ferma, si tiene a distanza proprio al punto-momento in cui poter avviare la realizzazione metafisica. Ogni vera via spirituale deve condurre alla realizzazione metafisica: una sadhana non ha senso senza la meta, l’obiettivo della realizzazione metafisica che è realizzazione della Verità.
Il problema, per i più, è quando la coscienza non si adegua alla Verità intravista: nasce una profonda contraddizione che finisce per distorcere il senso della sadhana, perché diventa altro dalla Verità, prima cercata, poi intravista e infine tradita.
Tra i ricercatori, gli aspiranti e i sadhaka manca il vero senso della purificazione della propria natura inferiore; manca la vera pratica della discriminazione-discernimento; manca la conseguente deduzione e manca la finale assimilazione.
I più restano, ingannati dalla “falsa conoscenza” (“mithyajnana”), sul piano dell’energia-movimento d’acquisizione, continuando ad oscillare dalla gratificazione di quanto desiderato allo stato di una nuova ricerca, per nuove acquisizioni e appropriazioni.
La realizzazione metafisica resta la grande assente: sempre presente l’insidia della mithyajnana.

 


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