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620. Ahamkara di Raphael

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D – Mi scusi se pongo la domanda in un certo modo, ma se vogliamo capire alcune cose dovremo eliminare quelle concettualizzazioni sentimentali che spesso velano e non svelano la verità. Si è espresso in termini di “senso dell’io”, di ahamkara; qualche volta: “io sono questo” e frasi del genere. Ripeto, volendo eliminare dalla verità quelle sovrapposizioni sentimentali di cui parla lo stesso Sankara, le chiedo: in che cosa consiste questo “senso dell’io”, che cosa si nasconde dietro il termine ahamkara?

R – È assiomatico che l’universo è governato da leggi e non dal sentimento, anche se questo, in particolari condizioni e a livello individuale, può far scattare il funzionamento o l’applicazione di una legge. Abbiamo parlato del post mortem come di un evento regolato da leggi ben precise, e lo stesso superamento di una legge viene effettuato con l’applicazione di un’altra legge. È importante capire quali possono essere i mezzi che favoriscono l’applicazione di una legge. Vede, noi siamo soliti guardare lo scopo ultimo e non i mezzi, e questo è un grave errore. La Liberazione, per esempio, è lo scopo ultimo dell’individuo, e molti sono ossessionati dalla fine più che dall’inizio.
L’ahamkara è un “prisma” che scompone il fuoco-luce centrale della buddhi.

D – Dunque, l’ahamkara è uno specchio riflettente in noi i colori-qualità della nostra natura?

R – Sì. Le qualità o le varie “colorazioni” della sostanza della prakrti.

D – Ora, perché dice, riferendosi all’ahamkara, “io sono questo”?

R – Il prisma è anche vita, quindi è anche coscienza; in natura non vi sono cose prive di vita e di coscienza, cioè di essere (sat) e di consapevolezza (cit).
Cosi, questo prisma rifrange determinati colori-qualità della buddhi, spesso deformandoli, e il riflesso della coscienza, oggettivato dal prisma, s’identifica o aderisce alle singole colorazioni.

D – Perché deforma le qualità o i colori? C’è un motivo valido e razionale?

R – La deformazione avviene mediante il manas che è uno strumento psichico che tenta di afferrare e descrivere la realtà formale oggettiva. Il manas si è costruito delle verità che non sono tali, per cui basandosi sul ricordo (subcoscienza) sovrappone alla pura realtà cose che non sono questa.

D – Dunque, l’ahamkara identificandosi con un particolare colore del Fuoco centrale si crede quel colore?

R – Sì. Avviene questo processo di assimilazione, per cui abbiamo “io sono questo”. Ed è tale l’assimilazione e l’identificazione che esso disconosce ogni altra colorazione.

D – Ma questo “filtro” può riflettere l’intera composizione luminosa del Fuoco centrale, oppure è destinato a riflettere solo particolari colorazioni?

R – L’ahamkara, è inevitabile, particolarizza, seleziona, scompone l’universale Fuoco centrale; esso rappresenta il principium individuationis, il principio di individuazione della coscienza-qualità universale.

D – Così per esso l’unità diventa molteplicità? L’omogeneità eterogeneità?

R – Sì. L’unità della buddhi permeata di sattva, mediante l’ahamkara, diventa molteplicità ed eterogeneità nel manas, oltre al fatto che ogni esperienza viene riferita a un me.

D – Insomma, la luce bianca si decompone nelle sue singole unità di colore?

R – Certo. Mediante questo “prisma psichico” ci consideriamo bianchi, verdi, rossi, gialli, ecc., e ognuno difende la sua identità e la sua condizione di esistenza.

D – Ciò mi fa concludere che fino a quando esiste l’ahamkara l’individuo rimane individuo contrapposto ad altri individui-colori?

R – È una conseguenza inevitabile.

D – Ora, se parliamo, in riferimento all’uomo, di realizzazione e di manifestazione del principio universale, ciò significa che questo “prisma psichico” può essere aggirato o trasceso?

R – Sì, certo, sennò l’individuo non potrebbe mai essere completo e unità.

D – In che modo, allora, si può rompere questo specchio limitante?

R – A questo punto intervengono i vari tipi di yoga che, nella loro giusta prospettiva, hanno un unico scopo: risolvere il “prisma” limitante o il “senso dell’io” come fattore di individuazione, di differenziazione.

D – È così che ci troviamo centrati nella buddhi?

R – Sì. La buddhi è “sostanza” che contiene i tre guna o le tre qualità fondamentali, essenziali della vita; oppure possiamo dire che la buddhi contiene le “essenze” delle qualità universali. La combinazione dei tre guna-qualità può essere molto estesa; quindi, possiamo svelare molteplici combinazioni di qualità.

D – La buddhi che riferimento ha con il jivatma?

R – La buddhi è il polo negativo e il jivatma quello positivo, dalla loro unione e interrelazione nasce appunto il “prisma psichico” o ahamkara; questo, e quindi anche il manas, sono frutto di una combinazione polare.

D – Il jivatma attraverso la buddhi si vede centro esistenziale universale; attraverso il manas, con il condizionamento del “prisma”, si vede centro individuale.
Stanno così le cose?

R – Sì. L’io empirico corrisponde al riflesso del sole nell’acqua.

D – Ha detto prima che scopo dello yoga è di risolvere il fattore di individuazione; però mi risulta che alcune psicologie tentano di realizzare proprio questo processo d’individuazione. Come si spiega ciò?

R – Ci sono coscienze che si sono rese “massa”, si sono disperse, non nella buddhi che è unità di sintesi universale, ma nel subconscio collettivo, nell’informe, amorfo caos collettivo; è inevitabile che a queste persone occorre un processo di sintesi e unità, prima di tutto a livello della condizione individuata umana, occorre cioè che escano dallo stato di coscienza di gruppo e si riconoscano individui. Ma chi è già individuo, con il suo centro particolare di coscienza integrato, deve operare un’altra sintesi che è quella universale.

D – Ciò comporta che la coscienza si modella sull’archetipo universale?

R – Sì.

D – Eugène Canselliet, nell’Introduzione a Le Dimore filosofali del Fulcanelli, scrive: “Qui risiede, dal punto di vista alchemico, la presa di coscienza indispensabile, in questo fenomeno di armonia, che nasce dal controllo di due ritmi estranei e grazie a quale l’animo umano può accordare il proprio ritmo col diapason dell’universo e liberarsi dalla sfera limitata dell’individuo”. Possiamo dire che corrisponde a quanto stiamo trattando?

R – Sì. L’essere è un Punto di vita che può risolvere i suoi problemi esistenziali nella misura in cui si accorda con l’universale. Ma ciò implica che deve abbandonare il suo centro particolare di espressione. Di questo abbiamo parlato in precedenza.

D – Il pericolo dell’”abbandono”, dell’allentare i sentimenti, gli istinti, ecc. consiste nella possibilità di precipitare nello stato subconscio?

R – Sì. L’abbandono prematuro può portare non nella buddhi, quindi alla supercoscienza, ma nel subconscio individuale e spesso in quello collettivo. Il pericolo della droga, ad esempio, è proprio questo.

D – Quindi sul piano empirico la “coscienza dell’io” ha la sua validità?

R – Ogni cosa è al suo giusto posto. L’ahamkara, abbiamo detto, individualizza e, con questo atto d’individuazione, si possono avere precise esperienze esistenziali, anche se limitate.

D – Il jivatma attraverso l’occhio della buddhi caratterizzata dal sattva vede l’intera gamma dei colori?

R – Sì. Mancando il “prisma” che scinde e particola rizza, il jivatma può vedere la realtà nella sua totalità, nella sua sintesi, nella sua unità. Ciò implica che il suo rapporto con le cose cambia, che la visione si dilata e diventa inclusiva, diventa armonia nell’Armonia.

Raphael
tratto da Di là dal dubbio
Edizioni Asram Vidya

 


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