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660. La depressione, l’ahamkara e la spiritualità

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La perdita di significato nella propria esistenza apre a quel male oscuro chiamato depressione.
La depressione è una malattia spirituale che provoca squilibri biochimici e alterazioni psichiche. Essa “prende” un individuo sempre e solo per problemi spirituali irrisolti (non riconosciuti, non compresi, non affrontati, non voluti vedere, ecc.).
Anche per la depressione detta endogena (con predisposizione genetica) il vero fattore scatenante è di natura spirituale. È da comprendere bene cosa deve intendersi per prospettiva spirituale.
Gli specialisti, che rispettiamo, parlano anche di depressione esogena, quella scatenata a seguito di eventi spiacevoli.
Il soggetto depresso a volte oscilla tra gli stati di rabbia, ira e depressione, facendosi del male (come rompersi le dita di una mano dando un pugno nel muro, ecc.). Il depresso spesso diventa un autolesionista.
La cura ha trovato due posizioni ufficiali nell’ambito medico sanitario: quella farmacologicadello psichiatra che propina farmaci – (vedi il famoso libro E liberaci dal male oscuro) e quella psicologicadella psicoterapia che si centra sull’oggetto ignorando il soggetto (ne risulta una psicoterapia disumanizzata) – .
La cura farmacologica riduce l’individuo (che è una unità bio-psico-spirituale, cioè è un’Anima) ad un complesso squilibrio biochimico da sistemare (tentare di sistemare) con dei farmaci; la cura psicologica usa la psicoterapia e forme simili.
Il Jivatman incarnato non è solo biochimica nel corpo fisico grossolano (sthulasarira), neanche solo risposte psichiche, ma una realtà molto più complessa, con interconnessioni a più livelli esistenziali.
Noi rispettiamo le due forme di cura, non le critichiamo né giudichiamo, anzi in alcuni casi particolari le reputiamo di grande utilità per lenire la sofferenza degli individui in questione. Pensiamo, però, che la conoscenza dell’Intero non si può fermare a due sole “parti”. Riconosciamo, quindi, l’utilità delle due forme di cura e ci rendiamo conto che la strada da percorrere è ancora molto lunga, perché sappiamo, infatti, anche della confusione esistente tra patologia ed esperienze transpersonali
Ogni pensiero, ogni sensazione, ogni emozione, ogni sentimento, ogni azione fisica manifestano reazioni biochimiche. Bere, mangiare, guardare un quadro, ascoltare musica, sfiorare la seta, godere di una qualsiasi forma di piacere, praticare un rilassamento consapevole, fare training autogeno, fare meditazione, producono delle reazioni biochimiche (anzi potremmo dire tranquillamente reazioni psico-bio-chimiche).
La psichiatria per quanti studi, ricerche, esperimenti abbia fatto e buoni risultati ottenuti finora non ha trovato il farmaco per eccellenza e non è stata in grado di evitare gli effetti collaterali negativi dei farmaci.
Le varie forme psicologiche di cura (psicoterapie) non hanno trovato un modello-sistema del tutto efficace nel medio termine (in molti trascorrono molti anni in psicoterapia e a volte senza aver risolto nulla).
In lontananza possiamo vedere un diverso “punto di vista” (lavori di William James, di Ken Wilber, di Roberto Assagioli, di R. Ornstein, di S. Grof, mattoni per la psicologia transpersonale) al quale la scienza concede sguardi di sufficienza, ma non al punto tale da edificare una vera e nuova strada di intervento verso la sofferenza umana. Per la scienza la “coscienza” è ancora un epifenomeno associata al funzionamento del cervello (quella biochimica verso la quale indirizzare fiumi di farmaci, facendo felici le multinazionali).
L’essere umano è un individuo che, qualsiasi posizione coscienziale lo caratterizzi, si pone delle domande, in modo superficiale o in modo più profondo, ma se le pone: sul senso della vita, della morte, dell’anima se esiste, di Dio se esiste, sull’amore, sulla felicità, sulla sofferenza, sulla guerra, sul denaro, sul potere, sui tanti bisogni che crede di avere, ecc.
Un individuo, giovane o vecchio, con un corpo sano o malato, con una mente sana o disturbata, con una vita gratificante o problematica, è sempre un Jivatman incarnato che deve assolvere il proprio karman personale.
Nella maggior parte dei casi ogni cosa che accade all’individuo è simbolo di una “causa” (invisibile) da risolvere.
Certamente la società così com’è stata sviluppata, cioè senza amore (dove conta solo l’effimero-materiale), non aiuta gli individui più sensibili, più fragili, ammalati dentro e fuori.
La concezione materialistica del mondo, alla quale la cultura dominante costringe, è responsabile dell’ammalarsi degli individui, sia fisicamente sia mentalmente.
La cultura dominante frammenta la psiche degli individui compromettendo la loro salute psicologica: gli individui mancano di una visione unitaria del mondo e sono prigionieri di una società senza amore che non li aiuta, così la malattia emerge come danno minore rispetto ad un possibile danno maggiore.
La depressione che coglie una moltitudine di individui è il danno minore in una società indifferente, crudele e senza amore.
Il popolo dei depressi è in crescita: occorre un “punto di svolta” della cultura dominante se si vuole evitare una inimmaginabile “involuzione”, una immane sofferenza, una catastrofe umana annunciata.
Sono molte le forme di depressione che colgono i vari individui: bambini, giovani, adulti, vecchi.
Spesso, ad esempio, una depressione irrompe nella vita di un individuo per un senso di colpa di un tradimento che ha provocato una separazione, mandando in pezzi un’intera vita. L’incapacità ad affrontarla nel modo giusto, l’inconscio rifiuto a riconoscere gli elementi colpevoli, l’associazione di idee passante dalla separazione all’abbandono, idee che vengono vissute come elementi di morte, ecc., tutto diventa caos, impotenza e così la depressione diventa la casa-rifugio.
La depressione scuote sottilmente l’individuo compromettendone il benessere a diversi livelli.
Il passo in avanti compiuto dalla psicologia riguardo al riconoscimento dell’importanza di un’integrazione corpo-mente non basta, se continua a non essere presa in considerazione la dimensione spirituale (anima-spirito).
La terapia dovrebbe contenere anche un approccio spirituale alla vita, altrimenti l’individuo sentirà sempre di restare mancante di qualcosa, sempre incompleto, senza le giuste risposte, si sentirà sempre un disturbato, anche se momentaneamente acquietato dall’effetto di qualche farmaco.
L’integrazione tra l’utilizzo di qualche rimedio non necessariamente oppiaceo, un supporto di tecniche psicologiche agenti sul comportamento e sul modo di pensare, ma anche una sorta di scienza dello spirito (per il corpo-mente-spirito) che si occupi non solo della mente nella sua intera estensione, ma soprattutto dell’Anima.
La cosiddetta “Filosofia dell’Essere” potremmo definirla anche una vera e propria scienza dello spirito perché il modo in cui si interessa della mente è un po’ diverso da come lo fa la psicologia terapeutica alla luce attuale della scienza medica.
La depressione è una totale mancanza di un vero senso spirituale della vita: le difficoltà che le persone incontrano nelle proprie giornate lottano con gli istintivi valori alti ai quali sentono di doversi riferire, ma il più delle volte prevalgono, e su questi ultimi cadono, i valori inculcati dalla cultura dominante e dai mass media (successo, denaro, potere, sesso, ecc.); la società in cui si è costretti a vivere è malata perché funziona senza la presenza e l’importanza dell’amore. Prevale l’egoismo, prevale il “senso dell’ego” (“ahamkara”, l’”io-mio”), il senso del possesso verso l’altro anziché il vero amore. Il vero amore è dell’Anima non dell’ahamkara. Amare veramente significa essere liberi nell’amare e nell’essere amati, senza bisogno di prevaricazione sull’altro: il senso di morte si verifica a volte in tali circostanze, quando viene a mancare la persona che si sentiva di possedere, ma un tale “sentire” non è amore. La depressione è una tela complessa imbastita di una miriade di sensazioni scatenate da un “non nulla” che ormai “ha posseduto” il depresso.
La persona depressa è sbagliato considerarla una persona malata, anzi è una persona sana, ma dovrebbe essere vista come chi ha smarrito la via (il senso di inserimento nella vita), si è disadattata alla società, ha perso la serenità per vivere. Il depresso, spesso un individuo evoluto, ha un inconscio rifiuto dell’aspetto materialistico della vita e delle sue regole. Nel depresso esplodono gli attacchi di panico (paura di morire, paura di un attacco cardiaco sentendo il cuore battere forte, paura di restare paralizzato nella perdita della percezione corporea, paura di impazzire, ecc.) in momenti particolari quali la sensazione della perdita di controllo sulla realtà: egli vorrebbe in quei momenti poter controllare ogni cosa, poter comprendere e spiegare tutto razionalmente. Egli perde il senso della realtà perché subentra una specie di corto circuito nella mente.
Il depresso è un individuo che non è allineato col sistema-mondo imposto dal potere, perché la sua intelligenza e la sua sensibilità gli fanno rifiutare tale dato di fatto, però soffrendo resta prigioniero degli eventi spiacevoli che lo hanno confinato in tale stato iper-sensibilizzato.
La società senza amore tende a far deprimere tutti perché fonda tutto sui bisogni materiali e sulle concezioni effimere: chi asseconda l’offerta non si accorge nemmeno di vivere una vita piena di irrealtà e si convince di vivere una vita cosiddetta normale. Questa società-mondo sta collassando.
La depressione nasce nell’individuo che non sa rispondersi a domande spiritualmente fondamentali e ai perché di quanto accadutogli.
La cura per la guarigione deve passare per il superamento del contrasto, prodotto dalla società senza amore, nei confronti di una esistenza spirituale: il depresso deve essere aiutato a potenziare la propria volontà per trasformare l’esistenza da materiale in spirituale a dispetto di quanto lo circonda. Deve guardare in faccia il sistema che gli viene imposto e così conoscerlo davvero per quella grande illusione che è, in modo da ribaltare la prospettiva e sentirsi finalmente sano per vivere in quella esistenza spirituale che gli sembrava un’utopia: un vero spiritualista è sempre, a modo suo, un rivoluzionario non un malato. Si tratta a quel punto di usare la discriminazione-discernimento e scegliere le persone giuste con le quali instaurare rapporti umani equi e giusti che condividono gli stessi valori spirituali, bandendo i vecchi modelli mentali della sofferenza impropria. Il depresso deve vivere nella vita come in un cammino spirituale consapevole rinunciando a rapporti affettivi compensativi che servono a mimetizzare un senso di solitudine più mentale che reale.
Il depresso ha la soluzione al suo problema in realtà in se stesso, senza bisogno di delegare ad altri la propria cura: egli deve riappropriarsi della conoscenza di se stesso che non ha mai fatto veramente, mediante un percorso mirato a tale scopo. Deve conoscere il funzionamento del proprio sistema corpo-mente-spirito e cercare di farne esperienza consapevole: può trarre le informazioni-conoscenze dalla tradizione esoterica e applicarne qualche “pratica” per “riunire ciò che è sparso” riconquistando equilibrio, armonia, amore, felicità e ricominciare a vivere spiritualmente.

Ogni “percorso di guarigione”, se non tradito, diventa, si trasforma in un “percorso autorealizzativo” in cui si matura la sofferenza per poter effettuare il passaggio dall’identità disturbata, da rapporti, eventi e mancanze, ad una identità spirituale determinata da un senso di maggiore completezza, grazie all’amore che sgorga dallo stato di consapevolezza della visione dell’ignoranza abbandonata che impediva lo stato di illuminazione transpersonale: non più una molteplicità di opposti, ma la visione dell’unità della vita, al di là dei più addormentati nella coscienza e della società senza amore.
Il malato guarito diventa un liberato (dai limiti dell’ignoranza metafisica).

Dalla “Filosofia dell’Essere” una conoscenza liberante (consapevolezza trasformativa dello Yoga-Vedanta) che fa superare i limiti mentali illusori e narcisistici che ostacolano la visione della Verità.
La coscienza, la mente e il cervello rappresentano tre diverse dimensioni: la coscienza appartiene al ; la mente appartiene alla realtà sottile, infatti la mente risiede nel lingasarira (corpo sottile utilizzato dall’individualità); il cervello appartiene al livello fisico-grossolano-corporeo.
La conoscenza-consapevolezza dei livelli sottili ce l’ha solo la pura coscienza (il Testimone).
Sono contenuti nella coscienza non solo gli oggetti della realtà oggettiva ma anche il soggetto che li percepisce.
Questa conoscenza insegna la conoscenza dell’Anima (Jivatman) cominciando col rivelare quali sono le sue proprietà: purezza, onnipresenza, unicità, assenza di mutamento.
L’Atman incarnato è Jivatman: collegato, tramite il corpo sottile (lingasarira), ai cinque elementi sottili (suksamabhuta), ai cinque sensi-percezione (jnanendriya), ai cinque organi motori-azione (karmendriya), ai cinque soffi vitali (prana) e alla mente (antahkarana).
La mente è l’organo percettivo interno (antahkarana): con essa si realizzano i processi di ricezione, di analisi, di sintesi e di trasmissione.
La mente comprende quattro funzioni importanti: buddhi (intelletto superiore-intuizione; intelligenza spirituale), ahamkara (ego, senso dell’io-mio), manas (mente individuata empirica o sensoriale), citta (sostanza mentale in generale: memoria, subconscio-vasana, tendenze o semi mentali-samskara).
L’Atman, nella manifestazione, ha i suoi veicoli: il corpo causale (karanasarira), il corpo sottile (lingasarira) e il corpo fisico grossolano (sthulasarira).

 

“Quando la mente compie la funzione analitica della riflessione è chiamata manas, o mente empirica-sensoriale; quando opera una discriminazione è chiamata buddhi, o facoltà dell’intuizione superiore; quando è rivolta a se stessa è dominata dal senso dell’io o individualità (ahamkara); quando assume la forma delle rappresentazioni formali degli oggetti viene denominata citta, o coscienza oggettivata”.

Sankara


La buddhi è superiore al manas e una volta risvegliata completamente riflette la mente universale e nell’individuale è intuizione supercosciente, ha una visione globale che coglie idee e princìpi archetipici, sapendo quale ne è l’origine e in qual modo vanno applicati.
L’ahamkara, il senso dell’io-mio, è colui che agisce e che crea l’egoità, produce l’azione buona o cattiva e crea i frutti della sperimentazione: l’ahamkara (riflesso proiettivo dell’Atman) vela il sole–Atman.
La guarigione-liberazione inizia quando vengono rimosse-purificate tutte le identificazioni con il corpo e con la mente: la mente è la causa della schiavitù e della sofferenza, perciò la liberazione comincia con il conoscere e il rettificare i guna che fanno capo all’avidya, cioè l’ignoranza metafisica, quindi significa che devono essere trasformati rajas (impurità, attività, calore, desiderio) e tamas (illusione, oscurità) in sattva (luminosità, amore e pace).
La meditazione, quindi, è fondamentale perché essa porta a trascendere la coscienza individuata dell’ahamkara e a realizzare la coscienza universale del Jiva per giungere alla sorgente dell’Atman (Essere-Spirito-Coscienza).

 

“Una mente, la cui sostanza sia stata purificata dalla presenza e predominanza del rajas e del tamas, è pronta ad intraprendere il cammino del ritorno per la Liberazione;perciò l’aspirante cerchi innanzitutto di purificare la propria mente”.

Sankara


“L’augurio è che tutti possano rimettere le ali all’Anima – relativamente decaduta – per volare verso le supreme vette della Beatitudine senza oggetto, nostra reale natura che, per quanto ‘oscurata’ o velata, non potrà mai essere distrutta”.

Raphael
da Essenza e Scopo dello Yoga

 

Con la liberazione (moksa) si prosciolgono i vincoli di maya e del samsara, significa che si sono tagliati i legami con l’ignoranza metafisica (avidya) e che nasce un nuovo realizzato (vimukta).

 


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