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720. L’Unità di Siva e Visnu di Sri Candrasekharendra Sarasvati

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Nei Purana si afferma: Visnu è il cuore di Siva e Siva è il cuore di Visnu; ciò manifesta la loro non distinzione o la loro identità. Questa identità viene evidenziata in nomi quali Sankara-narayana e Hari-hara usati per l’Essere supremo; anche Ramesvara e Ramanatha (il Signore di Rama) sono nomi significativi a questo riguardo. A proposito del nome Ramesvara, un interessante aneddoto narra che una volta i Deva provarono una certa perplessità concernente il suo significato. Andarono da Visnu e chiesero di essere illuminati sull’esatto significato di tale termine. Egli rispose che la parola era un esempio di tatpurusa samasa e doveva essere interpretata come “il Signore di Rama”, e che quindi Ramesvara indicava Siva. I Deva non furono soddisfatti; sospettando che Visnu avesse dato questa interpretazione per umiltà, non volendo attribuire a se stesso una posizione di preminenza, essi si recarono da Siva e lo pregarono di chiarire la questione. Siva non ebbe alcuna esitazione e disse ai Deva che la parola era un esempio di bahuvrihi samasa e che si doveva interpretare come “colui per il quale Rama è il Signore (Isvara)”. Con ciò Siva affermava che Visnu è anche il suo Signore. I Deva non furono soddisfatti da nessuna delle due spiegazioni e si rivolsero a Brahma pensando che sarebbe stato imparziale. Brahma rispose che il termine doveva essere interpretato come un esempio di karmadharaya samasa e che stabiliva l’identità fra le due parti del nome, Rama e Isvara.
Nei Purana si incontrano molti esempi di Siva che prevale su Visnu e anche molte storie che ci illustrano come Visnu abbia prevalso su Siva. Molte altre storie narrano come l’uno sia andato in soccorso dell’altro in momenti critici. Da una parte si trova che Visnu è adorato come Hara-sapa-vimocaka, colui che rimuove l’afflizione di Siva, e dall’altra c’è un riferimento a Siva come Netra-rpanesvara, Colui al quale Visnu ha offerto il proprio occhio di loto per completare il loto dai mille petali con cui adorarlo. Non ha dunque senso ritenere Siva e Visnu due diverse Divinità e poi iniziare a disquisire su chi sia il vero Paramatman. La verità è contenuta nel verdetto di Brahma e cioè: essi sono un’unità. Noi consideriamo Siva, Brahma e Visnu come tre manifestazioni del supremo Paramatman. Ci sono tre qualità o guna associate al funzionamento di questo universo e sono sattva, rajas e tamas a cui corrispondono tre diversi colori: bianco per sattva, lohita o giallo dorato per rajas, mentre il tamas è associato all’oscurità o nero. Inoltre, diciamo che Brahma crea, Visnu protegge e Siva dissolve le forme. Brahma, che è il creatore dinamico, agisce tramite rajas e il suo colore è il giallo dorato. Il compito di sostenere e proteggere l’universo e di farlo funzionare è il risultato della qualità sattvica, ma colui che è responsabile di questa funzione è allo stesso tempo avvolto di yoga nidra o sopore (sonno); il sonno è tamasico di natura e Visnu è di colore scuro o krsna. Sembra esserci una contraddizione apparente tra la funzione sattvica della protezione e il colore tamasico di Visnu; d’altra parte, Siva esercita la funzione tamasica della dissoluzione eppure ha il biancore sattvico del cristallo. Lo Srimad Bhagavatam ci insegna che dovremmo adorare l’incarnazione del guna sattva per il nostro benessere e i devoti di Visnu sostengono decisamente che delle tre manifestazioni dell’Essere divino solo Visnu dovrebbe essere adorato. Se ci volgiamo ai Purana che parlano di Siva inn quanto Skanda, ci viene detto che Siva, puro come il cristallo, è l’incarnazione del guna sattva, la sua è la danza dell’estasi e pertanto dobbiamo adorarlo per il nostro benessere. Visnu, la cui funzione è per natura sattvica, appare tamasico e nero, mentre Siva, la cui funzione di distruzione è tamasica per natura, appare sattvico o bianco. Da tutto ciò si deve comprendere che l’elemento sattvico è presente sia in Siva che in Visnu, e ciò spiega anche il culto e la devozione che i grandi santi hanno provato verso entrambi. Inoltre, sia il bianco che il nero non sono inclusi nei sette colori primari dei raggi del sole. Questo evidenzia ulteriormente la verità che Siva e Visnu sono un’unità e che il sonno tamasico in cui giace Visnu e la dissoluzione tamasica operata da Siva si risolvono infine nella qualità sattvica dell’infinita compassione con cui entrambi benedicono i propri devoti. Per questa funzione di distruzione o dissoluzione, Siva viene comunemente rappresentato quale Dio terribile e crudele ma, lungi dall’esserlo, è profondamente sollecito, compassionevole e benefico o sivam, come denota il suo stesso nome. Tale dissoluzione è attuata tramite pralaya (riassorbimento), di cui esistono tre tipi: nitya o giornaliera, naimittika o periodica e adiantika o assoluta. In tutte e tre c’è laya o riposo e ritiramento da uno stato di flusso dinamico; pertanto i pralaya forniscono quiete e pace per durate più o meno lunghe. Il nitya pralaya accade nel sonno senza sogni, allorché, prìncipi e contadini, tutti dimentichiamo le afflizioni e siamo in unità nella fruizione di susupti, riposo indisturbato. La dissoluzione dell’universo alla fine di un kalpa è il naimittika pralaya. Per dare riposo e pace alle anime tormentate che hanno sperimentato diverse nascite e morti nel corso di un kalpa, Isvara, nella sua grande compassione, provoca un pralaya che dura un numero di anni pari all’esistenza della vita nell’universo tra un pralaya e l’altro; durante tale periodo le anime riposano in un sonno non disturbato da pena o dolore. In occasione della manifestazione successiva (srsti), esse nascono di nuovo in accordo con i propri samskara o semi irrisolti. Il pralaya adiantika si riferisce alla scomparsa della consapevolezza della molteplicità in seguito all’albeggiare di jnana e alla realizzazione dell’advaita bhava o dell’unità senza secondo. Il medesimo Paramatman adempie alla triplice funzione di creazione, conservazione e dissoluzione dell’universo. Che la devozione verso quell’Essere supremo possa riempire completamente il nostro cuore.       

Sri Candrasekharendra Sarasvati  
tratto da L’Appello dell’Acarya
Edizioni Asram Vidya

 


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