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886. Povertà italiana: urge applicare la Costituzione

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Afferma chiaramente la Costituzione italiana nei suoi Articoli 3 e 38, in qualità di Alti dignitari, custodi della libertà, dei diritti e della dignità di tutti gli esseri umani (cittadini, contribuenti, lavoratori, precari, disoccupati, licenziati, pensionati, poveri):

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Articolo 38

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili e i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi e istituti predisposti o integrati allo Stato.
L’assistenza privata è libera”.


Se quanto afferma la Costituzione non è stato applicato, né nel passato né nello stato di necessità dell’oggi, a che cosa serve averla e sbandierarla per le coreografie di Stato?
I nobili Articoli della Costituzione non possono, e non devono, rappresentare ciò che non sono, ovvero una grande menzogna di Stato, ma vanno attuati e applicati, perché indicanti un “obbligo” per la base della civile convivenza.
Al di là delle varie formule politicizzate, proposte, attuate o solo annunciate, dagli ultimi cinque disastrosi governi, riguardanti un “reddito” da dare ai cittadini (con o senza Lavoro; con Pensione irrisoria o senza), a nessuno si è visto fare la voce grossa sul fatto che bisogna fare assolutamente “qualcosa” per il diritto di vivere dignitosamente, un diritto per tutti i cittadini indistintamente.
Creare un “reddito” slegato da modalità, per averlo, di consenso elettorale e/o di rafforzamento di partito, un reddito senza vincoli, senza obblighi, senza limiti (che il cittadino può spendere in piena autonomia, libero da spendere per la qualsivoglia, senza che governo o Stato imponga come e in quanto tempo spenderlo), requisiti che non rendono dignitosa la persona moralmente ed economicamente. Non deve avere la parvenza di un elemosina di Stato, al di là di come questo reddito lo si voglia chiamare, etichettare.

La Carta Costituzionale è tutta basata sul principio di dignità della persona umana: ecco perché urge attuarla ed applicarla oggi, dopo settant’anni della sua entrata in vigore, ma mai realmente attuata e applicata.
La Costituzione offre un modello di società umana esemplare: bisogna solo attuarla questo tipo di società e renderla “vivente”. Si tratta di un modello di società in cui tutti possono vivere dignitosamente, prendere decisioni comuni, sentirsi “parte” consapevole di questa stessa. Se una “parte” del popolo sovrano vive nella povertà, nelle difficoltà, nell’insoddisfazione dei bisogni primari, significa che non esiste alcuna vera “partecipazione”, che non c’è alcuna democrazia.
Nella situazione attuale sono cresciute le disuguaglianze, l’emarginazione, la vecchia povertà e si sono aggiunte le nuove forme di povertà (riguarda, in Italia, 5milioni di persone).

Perché nessuno, tra i politici, parla seriamente di “rimuovere” (come dice la Costituzione) gli ostacoli di ordine economico, sociale e per questo lottare per poterlo realizzare davvero?

Tutti i politici, di sinistra, di centro e di destra, spendono sempre parole vuote di senso senza mai realizzare fatti concreti certi e inequivocabili a sostegno dei cittadini in difficoltà: le parole ben dette, che strappano applausi e consenso, non aiutano chi non arriva dignitosamente a fine mese, non riempiono il portafogli né i piatti a tavola.

La Costituzione parla chiaramente: chi è inabile al Lavoro, oppure chi involontariamente disoccupato, (licenziato, precario), infortunato o invalido ha diritto a ricevere un “mantenimento” e un’“assistenza sociale”. È un fatto di civiltà. Salvare le banche, e i manager (amici o parenti) delle banche che hanno disastrato, gettando nel lastrico migliaia di famiglie è un atto crudele e disumano, da predatore degli interessi dei più deboli che non si possono difendere.

Il principio di solidarietà (valore fondante dell’ordinamento giuridico, riconosciuto e garantito insieme ai diritti fondamentali) bisogna riportarlo in alto, tra i dignitari dei valori umani, lontano dall’accostamento fatto oggi che lo fa percepire come un elemosina, un privilegio.

Bisogna ridiffondere, culturalmente parlando, l’idea che la “dignità” è il valore di ogni essere umano, a qualunque tipo di condizione sociale appartenga, al di là dei suoi pregi e dei difetti presenti come persona.

Lo Stato deve preoccuparsi, per volontà costituzionale, che tutti abbiano un “reddito” che assicuri dignità morale ed economica.
La politica (quella che dovrebbe essere la Polis) ha il dovere di provvedere dove questa volontà costituzionale fosse disattesa.

 

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