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6. Il Tempo dell'Istruttore di Asram Vidya

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Pubblicazione Asram Vidya del Marzo 1989


Il tempo dell’istruttore è finito, per tutti meno che per i falsi istruttori.
Ai vecchi discepoli è stato dato tutto, il possibile e l’impossibile. Gli istruttori si sono ritirati, o si stanno ritirando, per ritrovarsi al fianco dei discepoli nello spazio libero dell’Essere.

Purtroppo, forse, di discepoli vecchi ne troveranno pochi, molti saranno invece i nuovi che la vita sta provvedendo a porre brutalmente di fronte all’Essere, senza intermediari, e che dall’Essere si lasciano o si lasceranno catturare.

Quelli che hanno meno possibilità di trovarsi accanto all’Istruttore nello spazio nuovo sono proprio coloro che oggi affollano gli asram e i templi. Il cuore dell’istruttore si stringe, lo spirito vacilla; ma anche il suo sacrificio non servirebbe, non aiuterebbe nessuno, al contrario li danneggerebbe. Quello che, anche per lunghi anni, è stato un discepolo, deve essere rimandato a se stesso: questo è l’unico aiuto che un Istruttore può dare oggi.

I discepoli vorranno comprendere ed è giusto. Essi sono partiti tutti con delle false idee, sull’Istruttore, sullo Yoga, sulla realtà.

Si sono sempre associate realtà ed eternità e questo, che ieri era giusto, oggi è un errore: eternità è tempo, la realtà è fuori del tempo. Da Essa procedono e si manifestano le eternità che si succedono. La nostra eternità, che risale alle tenebre della creazione e di cui viviamo le ultime briciole, è finita … si può dire altrimenti: ogni livello esistenziale ha la sua eternità. Siamo vissuti per millenni nell’eternità di un livello. Anche la materia cambia stato, e di fatto lo sta cambiando. Con ciò non vogliamo assolutizzare queste considerazioni e quelle che seguiranno.

Se vivi l’Essere non hai bisogno di insegnare e non devi più; semplicemente condividi e al massimo comunichi. Se cerchi di insegnare vedrai che non puoi. Un autentico Maestro si svela e basta. Vivere l’Essere significa vivere il proprio svadharma.

I discepoli possono intralciare un istruttore, e quelli che più lo adorano, sono quelli che pongono più ostacoli sulla strada e alla fine lo possono distruggere, se non sa o non vuole togliersi di mezzo davanti all’Essere.

I discepoli possono procurare un cattivo servizio all’Istruttore anche verso la mente degli altri. Capita che capiscano erroneamente o addirittura al contrario una cosa e la impongano (e con quale violenza!) agli altri col fatidico: l’ha detto Lui. Così per ogni Istruttore vero ci sono molti che lo interpretano erroneamente. Questo è un tipo di causa che sarebbe bene non attivare ma si continua a farlo, come del resto si è sempre fatto.

Un altro modo efficace per distruggere l’Istruttore è costringerlo ad essere indispensabile, gravando su di lui con un sapiente amalgama di buona volontà, di qualche sforzo, di grossi problemi creati dai propri contenuti e di abile attribuzione di responsabilità all’Istruttore. Soprattutto quando l’Essere cerca di risucchiarlo, si scatenano situazioni che costituiscono un’autentica tortura per quella coscienza. Deve stare con loro, al loro livello. Nelle fasi di ritiro profondo, la pressione nel sottile è paurosa.
Questa è un’attività normale in tutti i gruppi, qualunque sia il dharma che l’Istruttore deve compiere.
I discepoli di un asram advaita dispongono dei mezzi e della conoscenza adeguati per non naufragare su questo scoglio (e su altri). Poiché esso è visibile soltanto in regioni avanzate, il discepolo che accetta di vederlo, con ciò stesso avanza.

Un Istruttore incarna una Dottrina ma l’incarnazione ha il suo tempo. Egli dispensa i frutti della sua realizzazione, approfondisce la Dottrina, realizza verità più profonde e le dispensa. Poi si ritira, lasciando che la coscienza del discepolo si maturi.

È soprattutto qui che i discepoli diventano carcerieri e uccisori. L’Istruttore non deve avere pietà, per non imprigionarli a sua volta.

Se la persona si astrae, non dà opportunità alle individualità, le quali si perdono. Se il Maestro si astrae totalmente, non dà ai discepoli opportunità di stimolazioni e questi si sentono abbandonati, tornano alla loro individualità perché manca la luce del principio.
Se invece l’Istruttore si individualizza troppo, viene risucchiato dalle individualità che si richiudono su di Lui come una tomba; allora è crocifisso. Se questo dura troppo, il ponte viene distrutto.

Soltanto in un secondo tempo, quando la coscienza sarà sufficientemente espansa, un discepolo potrà capire quanto è stato amato e non solo per un ‘eternità; ma insieme vedrà anche quanto ha contribuito all’opera di distruzione dell’Istruttore.

Egli deve dal basso abbracciare la Funzione, dall’alto scendere, stimolare, offrire il ponte che è l’insegnamento. Se manca il ponte viene meno la luce del Principio.

Ognuno di noi rappresenta una Funzione. Nessuno, come singola persona, rappresenta la totalità. Se siete un discepolo, siete una Funzione: vivetela bene. Alle volte uno è discepolo e si crede Maestro. Altri sono discepoli ma si credono ancora esseri umani (quanto al lavoro, alla vita sociale, ecc.).

Se si comprende che cosa è la Funzione di un ponte, allora si tenta di carpire il Principio della funzione. Allora si valica il ponte e lo si oltrepassa. Se non si incarna l’insegnamento non si valica il ponte.

Un Maestro trova il tronco, il filone, la Dottrina. I discepoli, con successive comprensioni, trovano nuovi rami, o scoprono i vecchi, che sono le modalità individuali.

Nell’asparsa (Asparsa Yoga) non ci sono tronchi, ognuno è un albero a se stante, ma presto l’albero scompare. Non c’è Dottrina nell’Essere.
Per parlare dell’asparsa, essendo il tronco relativamente spoglio, si usano gli atteggiamenti del passato: misticismo, mistero, autorità, discorsi per enigmi, imposizione di schemi, toni minacciosi, il coercire imponendo la propria visione dell’impersonalità, della verità, della libertà …

Nell’asparsa vissuto tutto è chiaro, limpido, semplice. Timore e mistero scompaiono perché è facile risolverli integralmente. I pochi paradossi scompaiono in tempi brevi perché l’asparsa è soluzione immediata, globale, integrale. Non c’è teoria, non c’è Dottrina, non ci sono testi. Le parole sono quelle della vita quotidiana, le spiegazioni, anche se date, ad esempio, ad un severo ed autorevole professore di scienze, sono quelle che si possono dare ad un bimbo che chiede una risposta vera.

Oggi tutto è nuovo ed ha la qualità del deserto. L’asram non esiste più. Dove c’è lo spirito c’è il diavolo e negli asram ci sono sempre stati entrambi. La vita ashramica in genere è una serie indefinita di battaglie tra spirito e diavolo, una serie che si perpetua nei secoli.

Nel nuovo c’è solo l’Essere. Per essere, occorre aver assorbito il diavolo, averlo mangiato. Non vi sono più battaglie e tanto meno guerre. Vi è solo il dharma, se ancora si può chiamarlo così, dell’Essere (non di chi lo incarna), che opera da direttamente in Se stesso.

Qui l’alchimia è fatta dall’alto. L’Essere manda nel vaso le aquile e se ne ritrae. Accanto al vaso non c’è nessun artista.

L’Istruttore deve essere lasciato libero di svolgere il suo dharma. Ma avviene che in capo ad un certo tempo i discepoli si trovino a costruire una massa omogenea e virulenta attaccata alla sua forma, sia fisica che sottile. Gravano su di lui, con tutto il loro peso, a tutti i livelli, esigono che rimanga dove si trova; ma non basta: esigono che scenda sempre di più.
Lo fanno, col loro peso e la loro potenza, che è grande.

Fino ad ora in nessun asram è stata mai risolta integralmente la subcoscienza: e una subcoscienza asramica è una tale cosa da distruggere un Istruttore che non abbia la disponibilità dei fulmini dell’Essere.

L’Istruttore deve avere il coraggio di abbandonare i suoi discepoli a questo livello e procedere portando con se quelli che sono sulla linea dell’Essere, con qualunque modalità si presentino. Se ha pietà per queste subcoscienze chiude un circuito pericoloso per sé e per i discepoli.

Il mondo è pieno di asram solidi.
Tali sono quelli che prolificano in filiali e sono protesi ad aumentarne il numero. Si può riconoscere subito la tendenza all’espansione, al proselitismo, alle iniziazioni di massa. Si danno regolamenti tali da prevedere ogni imprevisto e da bastare per le generazioni future. E la notorietà è un’altra caratteristica rivelatrice.

Un vero asram è un punto di raccolta per le poche persone che ne hanno bisogno in quel momento (momento filosofico), è uno strumento, un mezzo la cui durata può non essere prevista nei secoli. È sconosciuto al mondo, quasi anonimo, e nutre un gruppo di coscienze che in quel momento hanno bisogno di quel dato cibo.
Ogni discepolo di un tale asram, in capo ad un certo tempo, compreso e applicato l’insegnamento, realizza un aspetto della verità insegnata e talvolta anche un aspetto più trascendente. Allora darà quello che ha da dare in un nuovo gruppo, o anche in un nuovo asram di servizio, che può rimanere quello stesso o essere altrove.
In questo caso il primo può essere chiuso, come aspetto fisico e abbandonato (il che può avvenire anche rimanendovi).
I discepoli arrivano a gruppi, il flusso è difficile che sia continuo e non è auspicabile, se non si tratta di coscienze pronte.
Tra l’una e l’altra di queste entrate, possono passare anche degli anni, poiché ogni gruppo che si avvicina è adeguato alla fase dell'istruttore.
Un Istruttore non rimane fermo, in un asram di cemento armato, per tutta la vita, come un idolo sull’altare. Quando ha dato ciò che il suo cuore ha stabilito, se ne ritira, muore a quella fase espressiva per svelare verità più profonde. Allora un nuovo gruppo di discepoli può accostarsi, pronto per quella realtà.
Così l’asram è vivo e dà vita e la vita non è mai interrotta, mai menomata. Fluisce nei gruppi, anche piccoli ma qualificati, che si susseguono come unità indivisa ed indivisibile. Non vi sono fratture, non vi sono interruzioni, la vita non si ferma mai, la verità splende.

Questo è veramente un asram indistruttibile.

Dal punto di vista dell’Essere, è il sannyasin in forma di asram, stabile nell’impermanenza, reale anche nel non-reale, indipendentemente da una sede di pietra.

Chi mira al divino può pervenire a sperimentare in qualche misura l’unione col divino ma non è libero, sono sempre in due e il secondo è lui.

Ogni sostegno lasciato cadere libera una potente energia che consente di stabilirsi in quella condizione dove quel sostegno non esiste.

La Conoscenza è anche conoscenza dei guna e delle loro interazioni e ormai queste sono da considerare nozioni elementari per i discepoli di oggi. Validissime sempre, indispensabili come base ma scontate, ovvie. La conoscenza esiste solo entro i limiti di maya, immensamente vasti ma sempre limiti. Oltre la Conoscenza non vi è che l’Essere (Raphael). I Guna qui sono trascesi.

La conoscenza è conoscenza del non-reale, al di là non vi è niente da conoscere. La Conoscenza è dentro il non-reale ma ci permette di uscirne se non ce ne appropriamo.

Vi è la rinuncia del mistico e la Rinuncia del Conoscitore. Il mistico lo fa con sforzo, spesso con violenza. Il Conoscitore si trova ad aver rinunciato alla conoscenza senza che il problema si sia mai posto.

L’Istruttore è, nell’intero e più ampio senso della parola, la vittima dei suoi discepoli. Egli non si contrappone, non oppone resistenza, accetta tutto, comprende tutto. Tutti gli istinti, le emozioni, le azioni (di fatto e di pensiero, che sono il vero fatto), tutte le energie negative represse si abbattono su di lui. Non si difende, perché questo significherebbe vedere l’altro, ed Egli l’altro non lo vede più.

Nella maggior parte dei casi c’è chi lo odia, c’è chi lo rifiuta, c’è chi lo aggredisce; tutti vogliono ucciderlo. In piccoli o grandi gesti di devozione c’è una subcoscienza omicida che lo guata e trama nell’ombra impenetrabile. E non è verso di Lui persona, chè in genere è anche e sempre simpatico al discepolo, ma verso la Realtà che Egli incarna. I discepoli gli impongono spesso con crudeltà quello che piace ad essi, perché questo fa bene, perché questo è giusto e soprattutto l’inganno e la calunnia: Lui vuole così. In quel Lui vuole così, c’è la distruzione di ciò che invece Lui fa o dovrebbe fare ad altri livelli. Qui è lo stesso yoga dualistico che mostra i suoi limiti. Sono limiti che vanno varcati, lo yoga dualistico è solo un grande, insostituibile stadio.

Ma di trascenderlo anche gli yogi hanno paura, come dice Samkara commentando una delle karika di Guadapada.

Questo sutra è sempre stato modificato nelle varie interpretazioni perché sembrava contenere un semplice errore di scrittura, di traduzione o di stampa, in quanto non era possibile che uno yogi avesse paura di qualche cosa e, oltre lo yoga, che è il massimo, cosa poteva mai esserci? Tradurlo com’è sarebbe sembrato blasfemo.

Ma lo yoga, in genere, è una scienza mentale e nell’asparsa la mente non c’è. Ecco perché il passo dallo yoga all’asparsa è praticamente impossibile, mentre invece non lo è affatto. È impossibile per chi prende lo yoga dualistico per assoluto.

La paura c’è ancora dopo il più alto yoga. Per trascendere questo yoga basta afferrare la visione dell’Intero. Fino a quel momento si è in quella paura. Dopo quel momento, la si vede come una condizione di guna già trascesa e molto lontana: non si deve più far niente per risolverla: solo vederla e riconoscerla. Poi non si ripresenterà più. La paura c’è solo prima.

Se vuole riavere il suo Istruttore il discepolo che l’ha divorato, ha una precisa azione da compiere:
  • Comprendere
  • Recuperare dalla coscienza ciò che l’Istruttore gli ha dato fin da principio
  • Riportare in dono a Lui ciò che Lui gli ha dato e il discepolo ha recuperato.

Comprendere . Si può fare un bilancio generale della propria vita a partire da primo incontro con l’Istruttore ma includendovi la condizione in cui ci si trova e calcolarne il peso e le conseguenze. Fare la storia. Notare come ci si trovava in rapporto a Lui e come il nostro atteggiamento è andato mutando e se mutava in meglio o in peggio e se era vero che mutava. Notare l’Energia che, come un filo continuo, è sempre stata presente in noi nei suoi confronti, in confronto all’insegnamento, in confronto al Sé proposto, in confronto all’Essere. Questo filo può essere incredulità, dubbio, critica, rifiuto, odio, paura, amore, qualunque cosa. Sappiamolo riconoscere e seguiamolo attraverso la nostra intera sadhana.

Recuperare.  Recuperare ciò che si ricorda e confrontarlo col modo in cui i fratelli ricordano la stessa cosa. Scopriremo che ognuno ha un ricordo diverso; allora si cercherà di vedere il perché, scoprendo alla fine che veramente diversa da tutte quelle ricordate era la cosa detta dall’Istruttore.

È un lavoro che potrebbe essere fatto in gruppo e non deve essere discussione né conversazione né espressione di opinioni, deve essere meditazione attiva di ricerca.

Questa ricerca richiederà più incontri, richiede del tempo, richiede disciplina. Significa chiudere un ciclo, emergendo in una fase che è del tutto nuova. Ed è l’unico mezzo, per chi si trova in certe situazioni (abbandono dell’Istruttore, abbandono della via), per ritrovare l’istruttore, saldare il debito verso di Lui e procedere insieme nella nuova fase.

Il dono . Il frutto di queste meditazioni attive di ricerca è il dono da riportare all’Istruttore. La capacità di produrre e cogliere questo frutto che ci è stata data da Lui e a Lui dev’essere riportato come dono. Il debito viene compensato automaticamente e il dono non ne viene minimamente diminuito. Ma dev’essere un frutto vero, non illusorio. Che cosa lo rende vero? Il fatto che il discepolo in verità vuole uscire dalla sua disastrosa situazione. E, offerto il dono, dovrà attendere. Attendere con gioia, con fiducia, anche a lungo. L’offrire il dono equivale all’essere tratto in salvo su una nave: che importa se deve restare, poco o tanto, nella stiva, senza poter vedere subito il capitano ? non ci sono alternative per chi si trova in questa situazione. Ma se ha fatto davvero tutto questo, ha vinto. Qualunque sia la risposta dell’Istruttore, ha vinto. Può essere che l’Istruttore non possa uscire dal suo ritiro, può essere che debba sanare molte altre cose; ma per un tal discepolo non ha importanza: potrà procedere con Lui verso l’Essere, la via senza alternative per gli Istruttori ed i discepoli di oggi.

Per molti anni, decenni ormai, Raphael ha ripetuto e ripetuto: non appoggiatevi a me, appoggiatevi alla vostra Realtà, scopritela dentro di voi stessi. Non guardate me, cercate il senso profondo delle parole. Le parole sono simboli, cercate la Realtà che stà dietro di esse, non ripetetele a memoria senza comprenderle. Non aspettatevi la liberazione da me; io vi do le indicazioni e l’aiuto ma il lavoro dovete farlo voi … Raphael è uno stato di coscienza che dovrete realizzare. Parole anche queste, per alcuni.
Ma avviene che qualcuno, per astuzia subconscia, si appropri di quell’aspetto dell’ammonimento che, frainteso, fa da esca ad un combustibile in attesa. Capiscono che, se non devono appoggiarsi all’Istruttore, devono far da soli. Scatta così e si avvia un processo che dà subito i suoi frutti. Smettono di comunicare (ogni volta che vado da Lui mi demolisce tutto quello che ho costruito), alzano un muro isolandosi e si mettono in condizione di non poter più essere aiutati. Sono questi che distruggono gli asram. Non hanno più bisogno di parlare con l’Istruttore perché Egli viene da loro in meditazione e anche di notte e dice loro che fanno bene, li esorta a continuare. Dice loro persino: non venire a parlare con me, persona, all’asram perché io sono con te sempre e ti dico tutto in segreto.
Molta parte del karma dei fratelli asramici è distribuita attraverso questi canali.



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